Il diritto all'autodeterminazione dei popoli, gli stati liberali, l'URSS

Due anni fa, anche se sembra passato decisamente più tempo, scrivevo un articolo per Sinistraineuropa.it, sito che assieme ad un gruppo di compagni ho contribuito a fondare a ridosso delle elezioni europee del 2014. La questione dell'autodeterminazione dei popoli è sempre stata una mia fissa, così come quella catalana. Questione che, stanti gli ultimi fatti di cronaca, sta esplodendo, letteralmente e neanche troppo metaforicamente. Ripropongo, interamente, dunque, l'articolo che scrissi tempo fa, ancora attuale mai come oggi. 

Il 30 novembre scorso (2015) il quotidiano spagnolo ‘El Pais’ ha tenuto un dibattito tra i candidati alla Presidenza del Governo spagnolo, presenti, nell’estratto presente qui sotto, il candidato del PP, di Podemos e del Psoe. Nella clip sottostante, dunque, è presente un estratto molto breve in cui il candidato Pedro Sanchez (Psoe) attacca Pablo Iglesias (Podemos) riguardo il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione, non inserito in nessuna Costituzione liberale post-bellica ma solo in quella dell’Unione Sovietica. «Il tuo modello», ha affermato Sanchez nel dibattito, volendo chiaramente sminuire ed irridere quella che fu la realtà europea (e mondiale) che riconobbe il libero diritto all’autodeterminazione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche che andavano a comporre l’Unione (delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) tacciando di comunismo il leader di Podemos, come se fosse una colpa grave tale da macchiare indelebilmente il candidato presidente o una malattia venerea. «Sai in che Paese era previsto il diritto all’autodeterminazione? L’Unione Sovietica!», dice quasi sconcertato il socialista Sanchez, a cui gli risponde un ironico Iglesias «Uuuuh que miedo!», che paura!


Le questioni che emergono dal video possono essere molteplici ma quella che salta subito agli occhi è la demonizzazione dello Stato che ha composto quello che nel novecento era chiamato il campo socialista, contrapponendolo all’occidente capitalista. Le forze politiche moderate, che hanno attraversato il crollo del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS, negli ultimi venticinque anni, hanno potuto accentuare il loro carattere fortemente a favore dell’economia di mercato facendosi beffe di qualsiasi sistema alternativo che, per la verità, nel Mondo non ha mai cessato di essere presente (si pensi a Cuba, al percorso bolivariano dell’America Latina) stringendo il cappio attorno a qualsiasi dibattito riguardo il superamento del capitalismo.

Si soprassiede, in quest’occasione, riguardo le ambiguità di Podemos sul riconoscimento del diritto all’autodeterminazione, dal momento che la forza politica capitanata da Pablo Iglesias non ha sempre visto di buon occhio quelle manifestazioni popolari che portavano con sé istanze di separazione dallo Stato Spagnolo.

Basti ricordare, a tal proposito, che nelle ultime elezioni per la Generalitat de Catalunya (il Parlamento Catalano) la coalizione chiamata Catalunya sì que es pot (che riuniva due formazioni di sinistra, i Verdi e Podemos) non ha sortito gli effetti sperati e si è attestata attorno al’8,5% dei voti, pur superando il Partito Popolare e pur restando – tuttavia – delle forti resistenze all’autodeterminazione in genere all’interno di Podemos.

È utile menzionare, a tal proposito, che l’unica organizzazione spagnola che pone la questione dell’autodeterminazione come una tra le principali e caratterizzanti l’attività del partito, è il PCPE (Partito Comunista dei Popoli di Spagna). Il PCPE, infatti, riconosce il diritto all’autodeterminazione dei popoli e si struttura tramite l’affiliazione ai partiti comunisti “etnoregionalisti” delle Nazioni-senza-Stato della Spagna; fanno parte del PCPE, dunque: il Partido Comunista del Pueblo Canario, il Partit Comunista del Poble de Catalunya, il PCPE La Rioja, l’organizzazione Euskal Komunistak (Comunisti Baschi) e così in Andalusia e in Galizia.

L'autodeterminazione nell'URSS

Vale la pena ricordare, infatti, che l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche fu l’unico stato che sancì – fin dalla Rivoluzione d’Ottobre – il diritto all’autodeterminazione dei popoli: «Il II Congresso dei Soviet, nell’ottobre di quest’anno, ha confermato questo diritto imprescrittibile dei popoli della Russia, in maniera più risoluta e precisa. Nell’esecuzione della volontà di questi Soviet, il Consiglio dei commissari del popolo ha deciso di porre a base della propria attività, nella questione delle nazionalità della Russia, i seguenti principi: 1) Uguaglianza e sovranità dei popoli della Russia. 2) Diritto dei popoli della Russia alla libera autodeterminazione, fino alla separazione e alla costituzione di uno Stato indipendente. 3) Soppressione di tutti i privilegi e di tutte le limitazioni nazionali e nazional-religiose. 4) Libero sviluppo delle minoranze nazionali e dei gruppi etnici abitanti sul territorio della Russia. I decreti (dekret) specifici derivanti dal presente Atto saranno elaborati non appena costituita la commissione per le questioni delle nazionalità» (“Dichiarazione dei Popoli della Russia“).


L’elemento centrale dell’autodeterminazione è sancito – e più volte riaffermato – in tutte le modifiche costituzionali dell’Unione Sovietica: nella prima parte della Legge Fondamentale dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (1924) si legge «La volontà dei popoli delle repubbliche sovietiche, che si sono radunati di recente nei congressi dei loro Soviet, e che hanno unanimemente preso la decisione di formare l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, serve come sicura garanzia del fatto che questa Unione è un’unione volontaria di popoli aventi uguali diritti, che ad ogni repubblica è assicurato il diritto di libera secessione dall’Unione, che l’ammissione all’Unione è aperta a tutte le repubbliche sovietiche socialiste, così quelle esistenti come quelle che potranno sorgere in avvenire, che il nuovo Stato federale si mostra degno coronamento di quelle basi di convivenza pacifica e di collaborazione fraterna dei popoli, gettate già nell’ottobre 1917».

Nella costituzione stalinista del 1936, quella additata come foriera di soppressione di libertà e repressione del dissenso dei popoli, si sancisce che «Ogni Repubblica federata ha una propria Costituzione, che tiene conto della peculiarità della repubblica, ed è redatta in piena conformità con la Costituzione dell’URSS» e che «ogni repubblica federata conserva il diritto di libera secessione dall’URSS», tralasciando quello che si ratifica riguardo la parità dei cittadini e di genere: «Alla donna sono accordati nell’URSS diritti uguali a quelli dell’uomo in tutti i campi della vita economica, statale, culturale e socio-politica. La possibilità di esercitare questi diritti è assicurata dall’attribuzione alla donna dello stesso diritto dell’uomo al lavoro, alla retribuzione del lavoro, al riposo, all’assicurazione sociale e all’istruzione; dalla tutela, da parte dello Stato, degli interessi della madre e del bambino; dalla concessione di congedi di gravidanza alla donna, con mantenimento del salario, e da un’ampia rete di case di maternità, di nidi e di giardini d’infanzia».


Deliberazioni che i moderni provvedimenti sul lavoro, ammantati dalla patina della pronuncia anglista, non hanno minimamente preso in considerazione. Tralasciando, però, l’equità sociale nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, nel capitolo II della Costituzione del 1936 (Ordinamento Statale) è rintracciabile un elenco di Stati e territori che vanno a comporre l’uno, cioè lo Stato Socialista. 

La bandiera dell'Abkhazia
E’ importante sottolineare come alcuni territori fossero riconosciuti come ‘Repubbliche Autonome’ già nel 1936, l’Abcasia, in tal senso, ne è un esempio: autoproclamatasi indipendente nel 1992, quando il conflitto Abcaso-Georgiano imperversava, la Repubblica in questione non è riconosciuta né dall’ONU, né dalla UE, bensì solamente da alcuni paesi ONU (Russia, Nicaragua, Venezuela, Nauru, Vanuatu e Tuvalu) e da altri extra-ONU (Ossezia del Sud e Transnistria). Per trattare la vicenda dell’Abcasia ci sarebbe bisogno di un capitolo – se non di un saggio – a parte, tuttavia rappresenta la pragmatica tutela delle cosiddette ‘minoranze’ da parte di uno Stato tacciato di repressione delle Nazioni-senza-Stato. L’ultima Costituzione di cui si dotò l’Unione Sovietica fu quella ratificata il 7 ottobre 1977 e firmata da Brezhnev (Presidente del presidium del Soviet Supremo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) e da Georgadze (Segretario del presidium del Soviet Supremo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche). 

Anche nella costituzione brezhneviana il ‘quid’ dello Stato Socialista era quello di essere: «uno Stato plurinazionale federale unitario, formato sulla base del principio del federalismo socialista, come risultato della libera autodeterminazione delle nazioni dell’unione volontaria, parità di diritti, delle repubbliche socialiste sovietiche. 

L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche personifica l’unità statale del popolo sovietico, salda tutte le nazioni e i popoli ai fini della comune edificazione del comunismo. […] Ogni repubblica federata conserva il diritto di libera secessione dall’URSS»

Tale principio, in ogni caso, non sarebbe stato affatto sancito nelle costituzioni (europee e non) liberali post-belliche.

Proibizione delle armi nucleari: il trattato è in vigore e gli USA mancano (ovviamente) all'appello

Nella giornata di ieri, al palazzo delle Nazioni Unite di New York, si sono aperte le sottoscrizioni del Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari, come riporta Pressenza (agenzia d'informazione internazionale per la pace e la nonviolenza)
Le nazioni che lo hanno già firmato sono 50, numero minimo perché entri in vigore, e 3 lo hanno già ratificato (Guyana, Vaticano, Thailandia).
Tra i sottoscrittori, ovviamente, mancano all'appello gli USA ma è presente - esempio a caso - il Venezuela. Il Paese, infatti, è stato accusato delle peggiori nefandezze dagli yankees (e da tutto l'occidente imperialista) negli ultimi vent'anni, come ben sappiamo, per aver proibito ai monopòli capitalistici di speculare sulle vite umane e sull'economia del Paese e per aver avviato il processo bolivariano del Socialismo del XXI secolo.

Un altro passo di civiltà, dunque, è stato fatto dal Venezuela bolivariano.
Con buona pace di chi passa la totalità della propria vita a screditare il processo bolivariano. 

STATOFIRMATORATIFICATO
Guyana20/09/1720/09/17
Santa Sede20/09/1720/09/17
Thailand20/09/1720/09/17
Algeria20/09/17
Austria20/09/17
Bangladesh20/09/17
Brazil20/09/17
Cabo Verde20/09/17
Central African Republic20/09/17
Chile20/09/17
Comoros20/09/17
Congo20/09/17
Costa Rica20/09/17
Cote d’Ivoire20/09/17
Cuba20/09/17
DRC (Congo)20/09/17
Ecuador20/09/17
El Salvador20/09/17
Fiji20/09/17
Gambia20/09/17
Ghana20/09/17
Guatemala20/09/17
Honduras20/09/17
Indonesia20/09/17
Ireland20/09/17
Kiribati20/09/17
Libya20/09/17
Liechtenstein20/09/17
Madagascar20/09/17
Malawi20/09/17
Malaysia20/09/17
Mexico20/09/17
Nepal20/09/17
New Zealand20/09/17
Nigeria20/09/17
Palau20/09/17
Palestine20/09/17
Panama20/09/17
Paraguay20/09/17
Peru20/09/17
Philippines20/09/17
Samoa20/09/17
San Marino20/09/17
Sao Tome & Principe20/09/17
South Africa20/09/17
Togo20/09/17
Tuvalu20/09/17
Uruguay20/09/17
Vanuatu20/09/17
Venezuela20/09/17

Lo "sloganificio" e l'amministrazione di Roma


Sloganificio. Il termine viene utilizzato a ragione da Mario Sechi, già direttore del Tempo, riguardo un tweet della Raggi prima che venisse eletta Sindaco di Roma, e prima ancora della partecipazione alla campagna elettorale post-Marino/Tronca.
Dunque, quando era ancora, assieme a Stefàno, De Vito e Frongia, consigliere d'opposizione in Assemblea Capitolina, Ignatius Marinus consule
Il termine sloganificio, diffuso tramite List il nuovo progetto del direttore, è opportuno ma a cui mi sento di dover aggiungere qualcosa: non si tratta solo di sloganificio, si tratta di banalizzazione estrema (certo conseguenza del termine menzionato) e personalizzazione di un qualcosa che dovrebbe andare oltre il mero additamento del colpevole, specie nella città in questione. La politica più è litigiosa e meno sa di contare, e questo è innegabile. Quando si inizia a parlare con toni simili si va a finire, inevitabilmente, nel ridicolo. 
Prova ne è non solo il tweet della Raggi in questione: Di Battista, infatti, il 5 marzo del 2015 se ne usciva scrivendo: «Piove un giorno e #Roma diventa la città più invivibile d'Europa #SottoMarinoDimettiti». Lungi dal difendere questo o quel primo cittadino, in questa sede mi limito solo a dire che un problema enorme come la gestione e l'amministrazione della Capitale non passa per mezzo di un tweet o di un post su Facebook. La propaganda va utilizzata cum grano salis, se si vuole impostare il proprio discorso pubblico in modo propagandistico lo si faccia pure, ma poi si argomenti, quali che siano le posizioni. In questo caso i social danno adito solo ad una pletora di facile propaganda, da cui si tiene ben lontano anche il minimo contenuto.
Le questioni della città di Roma sono imponenti e nella loro grandezza determinano, per forza di cose, anche quelle più piccole o quotidiane: non c’è amministrazione della Città se vengono accettati supinamente i vincoli del patto di stabilità e del debito pubblico.

Proprio riguardo il debito pubblico, il Commissario Straordinario per il Rientro del Debito del Comune di Roma, Silvia Scozzese, relazionando in commissione bilancio della Camera dei Deputati del 5 aprile 2016, disse testualmente: «Né i piani di rientro del debito di Roma Capitale finora redatti, né il documento di accertamento definitivo del debito sembrano contenere una ricognizione analitica e una rappresentazione esaustiva della situazione finanziaria da risanare antecedente al 2008. Attualmente, per il 43% delle posizioni presenti nel sistema informatico del Comune, non è stato individuato direttamente il soggetto creditore»

Tagliando con la metaforica accétta: il Comune deve ridare dei soldi, ma "non sa" a chi.

Il famoso audit sul debito (qualora servisse a qualcosa) proposto dalla Raggi è stato solo uno scalpo da mostrare ad una parte del Movimento5Stelle, niente di più. E ancora oggi, nonostante l'anno interno di governo, i gommoni servono ancora, Virginia Raggi consule.

«Sono stato prigioniero, sono tornato a piedi dalla Germania. Ne ho passate tante: supereremo anche questa»

Oggi è l'8 settembre, ricorrenza dell'armistizio.
Nei vari racconti di persone conosciute nel corso degli anni, spesso, ricorre il racconto dei "nonni che, da carabinieri, militari", o variamente inquadrati nelle varie Forze Armate, "si toglievano la divisa e andavano sui monti" per combattere tra i partigiani, da partigiani.

Mio nonno non fece così: la leva lo obbligò al servizio militare poco tempo prima di quel Settembre '43, da carabiniere. Era di stanza presso una delle svariate caserme (alla Cecchignola, se non ricordo male le sue parole). Raccontava a tutta la famiglia di essere stato preso dai tedeschi non capendo il perché: lo imprigionarono e lo spedirono a Freising, alle porte di Monaco di Baviera. 
Lì si ritrovò insieme ad altri italiani e non, apprendendo solo dopo cosa accadde.

Con la vecchiaia la sua situazione cardiaca era decisamente critica, tuttavia un medico che lo curava lo rassicurava sempre, nonostante ci fosse poco da stare tranquilli. Il cardiologo gli diceva sempre di stare tranquillo, di mantenersi, di camminare e, se poteva, di non mangiare eccessivamente la sera. Anzi, se si prendeva un bicchiere di caffellatte come la moglie gli preparava era ancora meglio. 
Così ha fatto per svariati anni, nonostante due infarti: da uno di questi se ne tornò dal Casilino in ciabatte in piena notte. 
Un giorno, per un normale controllo cardiaco, il medico che era solito visitarlo era assente e, dunque, venne visitato da un altro dottore. 
Preoccupatissimo, lo chiamò insieme a mia madre: «la sua situazione è gravissima, sig. Giorgini, ma lei lo sa che può morire da un momento all'altro?!». Mia madre, sbiancata, gli avrebbe voluto dire che non era quello il modo di rivolgersi ad una persona che sì, stava male, ma che avrebbe potuto mantenersi un altro po'; che non era quello il modo, di rivolgersi ad un paziente che sì, era critico, macchediamine addirittura a dirgli in faccia lei può morire da un momento all'altro, era un po' troppo. Non disse niente e restò zitta. Mio nonno, invece, parlò.
Tranquillo, quasi serafico, col sorriso, rispose dando una pacca sulla spalla al medico: «Dottò: io sono stato prigioniero in Germania, ho patito la fame per un sacco di tempo; ci hanno sbattuto da un campo all'altro e sono tornato a piedi in Italia. Che le devo dire? Quando Dio vorrà, mi chiamerà. Supereremo anche questa, non si preoccupi»
E si voltò.

Ecco, per grandi linee, la storia di un nonno ex carabiniere andò così. Tornò a piedi dalla Germania, quando tutti lo davano per morto, ormai. Non andò mai a combattere fra i partigiani, e non votò mai a sinistra, anzi, spesso leggeva Il Tempo

Ma era un grande, il Brigadiere Giorgini Raffaele. 

La tastiera del Mac

Le tastiere dei computer spesso dicono molto di chi lo usa. Inizialmente, quando circa 5 anni fa ho acquistato un MacBook, pulivo la tastiera ogni giorno. Tuttavia, col passare del tempo non ho avuto più la costanza di farlo con regolarità, anzi, ho sempre assolto al compito di pulizia dei tasti con drammatica incostanza e quasi con rassegnazione.
Tocca che lo faccio.
L'uso che faccio del computer è, oggettivamente, spropositato, così come quello dello smartphone: gli aloni delle dita sui tasti premuti, ormai, è sempre più evidente e la sporcizia a margine dei tasti è una presenza a cui non sto più badando e a cui non attribuisco neanche uno stato emergenziale, una spia che dovrebbe spronarmi a rendere decente lo strumento di lavoro che più uso nel corso della giornata (al pari dei libri). 
Ho promesso a me stesso che tra stasera e domani pulirò la tastiera del Mac. 

Per il momento, si presenta squallidamente così.


Scorie nucleari in Sardegna, Cumpostu: «Il 12 saremo in piazza: pronti alla diffida nei confronti del ministero»


Bustianu Cumpostu - Segretario Nazionale di SNI
«Il 12 settembre terremo un sit-in di fronte al palazzo della Regione Sardegna per chiedere loro due cose: di rendere conto della situazione e se sono state prodotte, o meno, le osservazioni riguardo i siti di deposito delle scorie nucleari che scadono il 13»
Così Bustianu Cumpostu, segretario nazionale di SNI (Sardigna Natzione - Indipendentzia), contattato da Presenza.it ha annunciato la mobilitazione del “Comitato No Nucle-No Scorie”, «in cui SNI si riconosce e vi partecipa», riguardo la questione del deposito delle scorie nucleari in Sardegna. 

In un lungo comunicato bilingue (sardo/italiano) il comitato ha riportato i 15 parametri che escluderebbero la Sardegna dalla presa in considerazione riguardo lo stoccaggio e il deposito di scorie nucleari redatti dall’ISPRA: «la Sardegna non ha l’idoneità geomorfologica e dovrà essere esclusa dai siti candidati ad ospitare il Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi e Parco Tecnologico, non solo perché ciò viene affermato da illustri e seri studiosi di Scienze della Natura e del Territorio, tra i quali il geologo Giacomo Oggiano, professore all'università di Sassari, ma anche per l’applicazione dei Criteri di Esclusione e dei Criteri di Approfondimento individuati nella Guida Tecnica prodotta dall’ISPRA, per i quali incrociando gli elementi di esclusione dei quali gode la Sardegna, non rimane alcuna parte del territorio sardo idoneo all’installazione del suddetto Deposito Unico»

Cumpostu, inoltre, ha dichiarato: «Ad ogni modo, a seguito del sit-in, che la Regione abbia mandato o meno le sue osservazioni a riguardo, manderemo noi le nostre le quali, ovviamente, sono di diffida», ovvero «diffidiamo il Governo dello Stato, nella fattispecie il Ministero dell’Ambiente, ad immaginare un sito di Deposito Nazionale di rifiuti nucleari in Sardegna»
La forza degli anti nuclearisti, dei pacifisti e degli indipendentisti sardi sta non solo nel referendum, quello famoso del 14 dicembre 2012, ma anche in quello che si è tenuto parallelamente in Sardegna che trattava di scorie e smaltimento di rifiuti nucleari, per cui il 97% s’è espresso chiaramente manifestando la propria contrarietà. 

Anche la Chiesa Cattolica, in ogni caso, ha espresso il proprio parere negativo a riguardo: due anni fa, nel corso della riunione della Conferenza Episcopale Sarda tenutasi a Cagliari nei giorni 23-24 febbraio 2015, presieduta da Monsignor Arrigo Miglio, ha espresso le seguenti considerazioni in merito al pericolo scorie radioattive: «Non minore preoccupazione desta la ventilata ipotesi che la Sardegna possa diventare sul piano nazionale, un deposito di scorie radioattive. Oltre che una servitù insopportabile sotto il profilo ambientale, per la fragilità del sistema geologico e morfologico dell’isola, sarebbe un colpo mortale alla sua naturale e indispensabile economia agro-pastorale e turistica. La Regione ha già dato tanto in termini di servitù militari, senza averne avuto in cambio concreti e efficaci riscontri»
«Ricordiamo allo Stato Italiano - ha concluso Cumpostu - che in diverse delibere della Regione Sardegna e in quelle di svariati comuni sardi s’è espressa forte contrarietà al deposito».
Il Comunicato del Comitato No Nucle-No Scorie
Il Comunicato del Comitato No Nucle-No Scorie


Umanisti, nonviolenti, antiliberisti: l'intervista a Tony Manigrasso, segretario nazionale del Partito Umanista

Il simbolo del Partito Umanista 
Qualche tempo fa ho avuto modo di entrare in contatto con Pressenza, agenzia di informazione "umanista". Da lì a mandare una mail al PU italiano è stato un passo breve da compiere e, dunque, ho avuto modo di intervistare il segretario nazionale umanista italiano, Tony Manigrasso che ringrazio nuovamente per la disponibilità. 


Quanti anni ha il Partito umanista in Italia e come è strutturato? 
«Il Partito Umanista è nato nel 1984 e, coerentemente con i propri ideali, ha sempre mantenuto lo stesso nome, gli stessi principi e gli stessi valori. Al momento il Partito Umanista è strutturato in gruppi che operano autonomamente in diverse città, promuovendo campagne ed eventi; i gruppi sono coordinati da una Equipe nazionale. Le decisioni strategiche vengono prese attraverso la consultazione diretta di tutti gli iscritti, secondo i principi della democrazia diretta».

Il movimento umanista internazionale, specie in America Latina, ha sempre mantenuto un bacino elettorale, di seguito e di consenso più o meno discreto anche in momenti di difficoltà, come e quali sono i vostri rapporti col partito umanista, ad esempio, cileno? 
«C'è da fare una distinzione importante: il movimento umanista è una corrente di opinione che ha dato origine al Nuovo Umanesimo Universalista e a moltissime iniziative in decine di paesi nel mondo, sia culturali, sia sociali, sia politiche. Il Partito Umanista cerca di tradurre le aspirazioni del Nuovo Umanesimo nell'ambito della politica. Il Partito Umanista italiano e quello cileno sono in relazione organica attraverso l'Internazionale Umanista, alla quale sono iscritti i partiti e le organizzazioni sociali di tutto il mondo che si riconoscono negli ideali del Nuovo Umanesimo; nella pratica, con il Partito Umanista cileno, ma anche con quelli di altri paesi, abbiamo momenti di confronto sui grandi temi di attualità a livello mondiale». 

Umanisti ad una manifestazione
Nell'ideologia umanista, leggendo le lettere di Silo, si può comprendere come il Partito Umanista sia antiliberista, anticapitalista, nonviolento, cosa differenzia gli umanisti da altri partiti o movimenti di natura comunista o socialista che si rifanno ad un rovesciamento del capitalismo in senso socialista? (Quindi, implicitamente, che giudizio dà lei personalmente e il PU di un cambiamento radicale di sistema). 
«Spesso, nell'analisi, arriviamo alle stesse conclusioni, proprio a cominciare dalla necessità di un cambio radicale nei principi che reggono l'attuale sistema; qusiello che sostanzialmente ci differenzia è l'aspirazione ad un futuro differente, oltre al fatto che noi siamo dichiaratamente nonviolenti. 
Di certo riscattiamo alcuni dei principi socialisti che hanno contribuito a migliorare (in alcune zone) il pianeta, ma riteniamo che si debba andare comunque oltre. La sensazione che abbiamo è che le aspirazioni socialiste abbiano prodotto tanti cambiamenti positivi ma nel futuro, anche per la complessità sempre crescente del mondo in cui viviamo, sia necessario aggiungere altri elementi, propri della visione del Nuovo Umanesimo che nella visione socialista mancano. Se proprio volessimo dare un giudizio, che tra l'altro esprimiamo comunque con molto rispetto nei loro confronti, è come se i movimenti di natura socialista o comunista si fossero fermati, nell'analisi e quindi nelle proprie proposte, ad un mondo che non c'è più». 

Nonviolenza, dunque antimilitarismo? Che rapporto c'è fra l'azione politica e la nonviolenza e cosa ne pensa della nonviolenza radicale, praticata da Marco Pannella tanto da giovane quanto in tarda età. 
«La nonviolenza è una metodologia di azione che presuppone una condotta (di qualsiasi tipo, personale, sociale, politica) di rifiuto verso la pratica della violenza nei confronti degli altri, cioè della limitazione dell'intenzionalità altrui, e di opposizione a ogni forma di violenza sociale. L'antimilitarismo è semplicemente il contrasto ai conflitti armati, alla corsa agli armamenti, alla spesa militare, all'industria militare, all'economia di guerra, all'invasione di altri paesi. Quindi essere antimilitaristi non necessariamente significa anche essere nonviolenti. Invece la nonviolenza include l’antimilitarismo, ma va molto più in là. La nonviolenza non è solo una pratica politica, ma anche una pratica quotidiana nella propria vita personale a cui tutti dovremmo aspirare. Marco Pannella da radicale ha tentato di mettere in pratica alcuni dei principi della nonviolenza, ma ci dispiace anche ricordare che il Partito Radicale ha sempre sostenuto l'UCK (organizzazione paramilitare kosovaro-albanese), che non era certamente nonviolenta. Questa è una contraddizione». 

Qual è lo stato di salute degli umanisti italiani? (Ricercando qua e là in rete ho potuto notare che oltre il PU è presente anche un centro studi umanisti e altre associazioni che si rifanno al movimento umanista).
Dipende qual è il punto di vista della domanda: se è strettamente numerico, in altri momenti eravamo di più. Se il punto di vista, invece, è la capacità di collaborare con altre organizzazioni nell’ambito di eventi e campagne, dando un contributo innovativo alle proposte e alle forme di azione, cosa che riteniamo prioritaria, allora siamo in ottima salute».

Dimostrazione umanista dell'ottobre 2012 a Milano

A proposito della galassia umanista ho notato che il PU si è dotato di uno strumento importantissimo come quello di un'agenzia di stampa come Pressenza, quant'è importante per voi aver iniziato un percorso di contro-informazione, in sostanza? 
«Il Partito Umanista ha, ufficialmente, solo il suo sito come strumento di informazione delle proprie posizioni, campagne, eventi e aspirazioni. Pressenza è una agenzia stampa indipendente ed è uno spazio aperto all'espressione della base sociale e che, ovviamente, privilegia un punto di vista umanista universalista, poiché è fondato da militanti umanisti che condividono le nostre aspirazioni. In ogni caso, anche se spesso collaboriamo, le due organizzazioni sono indipendenti ed hanno una propria autonomia organizzativa e decisionale».

Quali sono le campagne politiche che il PU ha in programma (anche se ancora in fase di discussione) nel lungo periodo (oltre che quelle contro TTIP e CETA)? 
«Abbiamo appena terminato un ciclo di incontri che ci ha impegnato tutta la primavera su Euro, Unione Europea, Immigrazione, Nonviolenza e Democrazia Diretta. Abbiamo in programma campagne inerenti l'uscita dall'Euro e l'adozione della Democrazia Diretta nelle istituzioni, però quella su cui ci stiamo concentrando in questo periodo riguarda la preparazione delle prossime elezioni politiche».